Marta Chiarle e Guido Nigrelli: il declino dei ghiacciai nelle Alpi Occidentali

I ghiacciai delle Alpi Occidentali si stanno riducendo in volume e talvolta anche di numero. Abbiamo chiesto a due ricercatori del CNR della sede di Torino dell’IRPI (http://geoclimalp.irpi.cnr.it ), la Dott.ssa Marta Chiarle e il Dott. Guido Nigrelli, di illustrarci le problematiche connesse al loro declino e all’impatto che questo può avere sull’ambiente montano.

Dott. Nigrelli, qual’è il suo ruolo nell’ambito del CNR e perché siamo qui, nell’alto bacino della Valgrisenche in Val d’Aosta.

Sono un naturalista, opero come ricercatore all’interno dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR che ha una sede a Torino e specificatamente nel gruppo di ricerca GeoClimalp (http://geoclimalp.irpi.cnr.it ).

Ci troviamo nell’alto bacino della Valgrisenche, ad una quota di circa 2700 m nell’ambito dello svolgimento delle nostre attività per quanto riguarda il monitoraggio e i rilievi degli ambienti glaciali a peri-glaciali. La nostra attività, come gruppo di ricerca, riguarda principalmente lo studio degli effetti dei cambiamenti climatici sui processi di instabilità naturale e sulle morfo-dinamiche che avvengono in questi ambienti. Siamo qui perché, come gruppo di ricerca, ci occupiamo di studiare gli effetti dei cambiamenti climatici degli ambienti glaciali a peri-glaciali.

Quali sono gli ambienti peri-glaciali?

Sostanzialmente quelli che vengono delimitati alle quote inferiori dal limite degli alberi e, alle quote più elevate, da quella che è la fronte glaciale. Questi ambienti sono importanti soprattutto a seguito dei cambiamenti climatici. C’è stato un significativo incremento delle temperature, soprattutto negli ambienti alpini nei quali si è avuto un incremento quasi doppio rispetto ad altri ambienti, con un aumento di circa 2° che ha causato modificazioni morfologiche repentine e diversificate.

In questa posizione stiamo osservando il cosiddetto ambiente periglaciale che è caratterizzato dalle morene laterali che si trovano ai fianchi di questa vecchia traccia del ghiacciaio e che proprio il ghiacciaio stesso ha edificato nella piccola età glaciale. All’interno di queste morene vi è la piana dove l’acqua di fusione del ghiacciaio e della neve comincia ad avere una propria linea di drenaggio.

È un ambiente in continua modificazione proprio perché, mancando la spinta del ghiacciaio, queste pareti sono in continua evoluzione e possono portare anche a processi di instabilità, piccoli o anche rilevanti.

Un esempio di ciò è il crollo avvenuto nel novembre del 2014 alla testata di questo bacino, così come è successo alla testata del ghiacciaio dell’Invergnan che stiamo osservando in questo momento.

Questo crollo ha interessato una parte della cresta che delimita il confine tra la Valgrisenche e la Val di Rhemes, la massa rocciosa e detritica si è spostata lungo tutto il ghiacciaio fino ad arrestarsi sulla piana proglaciale.

La parte bassa di questo ghiacciaio è caratterizzata, come del resto molti dei nostri ghiacciai alpini, da un potente strato di detrito che ricopre la base della morena laterale sinistra e contiene all’interno una notevole quantità di ghiaccio cosiddetto morto. Cioè del ghiaccio che si è staccato dalla fronte glaciale e viene mantenuto grazie alla copertura di detrito.

Dott.ssa Chiarle, anche a lei chiedo qual’è il suo ruolo nell’ambito del CNR e perché siamo qui, nell’alto bacino della Valgrisenche in Val d’Aosta.

Sono ricercatrice della sede di Torino dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del CNR, e sono anche la coordinatrice delle campagne glaciologiche per il settore Nord Occidentale del Comitato Glaciologico Italiano.

Il Comitato Glaciologico Italiano è un organismo nato in seno al CAI a fine ottocento. Si è poi evoluto come organismo autonomo. Da oltre 100 anni organizza, ogni anno, una campagna glaciologica finalizzata a misurare la posizione delle fronti glaciali. Questo proprio per monitorare il comportamento dei ghiacciai nel tempo.

Si tratta di una realtà molto particolare, costituita completamente da volontari. Del comitato glaciologico fanno parte studiosi che si occupano di studi glaciologici, sia sui ghiacciai italiani sia all’estero, e inoltre anche una importantissima rete di osservatori, anch’essi volontari, che sono quelli che annualmente ripetono le misure delle fronti glaciali.

Il Comitato Glaciologico Italiano è qualcosa di unico nello scenario internazionale sia per la lunghezza storica dei suoi rilievi, ovvero oltre 100 anni, sia per la continuità con cui ha operato in questo periodo. Nessun’altra nazione al mondo infatti possiede qualche cosa di simile che consenta oggi, a distanza di 100 anni, di tracciare con precisione l’evoluzione avvenuta per un così gran numero di ghiacciai delle Alpi. La documentazione raccolta dal comitato glaciologico, grazie all’attività degli operatori, è diventata di grande attualità nel corso questi ultimi anni nel momento in cui ci si e resi conto degli effetti che il cambiamento climatico sta avendo sul territorio e del quale i ghiacciai sono testimoni particolarmente evidenti. Sia perché rispondono rapidamente alle variazioni climatiche, sia perché sono facilmente osservabili, misurabili, e ci possono dare un’idea immediata di quello che sta succedendo a livello territoriale.

Come avvengono di fatto questi rilevamenti?

Le campagne glaciologiche che gli operatori del Comitato Glaciologico Italiano effettuano annualmente sui ghiacciai per ricostruire la loro evoluzione si compongono di due parti ugualmente importanti.

La prima parte corrisponde ad una ripresa fotografica panoramica del ghiacciaio osservato, questo è il motivo per cui ci troviamo in questo momento in questa posizione panoramica dalla quale è possibile riprendere per intero alcuni dei corpi glaciali presenti nell’alta Valgrisenche. La seconda parte, che vedremo poi, riguarda invece la misura e la posizione della fronte, effettuata a partire da dei punti di riferimento.

Per la ripresa fotografica, affinché le fotografie siano confrontabili nel tempo, è necessario istituire dei punti fissi delle stazioni fotografiche per le riprese che vengono effettuate, sempre nella stessa direzione e possibilmente con la stessa focale ripresa, al fine di garantire al massimo la comparabilità delle foto. Questo è sicuramente uno dei dati più importanti perché possedendo una sequenza di immagini di oltre 100 anni, possiamo avere un’idea chiara di come queste masse glaciali si siano evolute. In questo caso siamo in una posizione panoramica per riprendere il ghiacciaio dell’Invergnan, di Montforciaz e del Giasson.

A cosa servono e come vengono analizzati questi rilevamenti?

Le riprese avvengono ciascun anno, verso fine estate, ovverosia nel momento in cui si ritiene che l’ablazione, cioè la perdita di ghiaccio soprattutto per fusione, abbia raggiunto il suo massimo.

Oggi effettivamente il cambiamento climatico tende a spostare questo momento al mese di settembre e ottobre. In ogni caso questo e comunque il periodo in cui la fusione dovrebbe avere raggiunto un po’ il suo apice, e non abbiamo ancora l’innevamento autunnale che ci maschera quella che è la situazione effettiva del ghiacciaio.

Le riprese vengono effettuate dalla stessa posizione, nella stessa direzione, possibilmente con la stessa focale, e archiviate presso la sede del Comitato Glaciologico Italiano. Queste immagini consentono una valutazione di tipo qualitativo dell’evoluzione di un ghiacciaio da un anno all’altro e anche di quella che è l’andamento della copertura nevosa residua, cioè quella che va ad alimentare poi il ghiacciaio stesso. Tutto questo ci fornisce delle osservazioni di tipo qualitativo.

La misura frontale invece è quella che poi ci da una valutazione quantitativa di quella che è la fluttuazione della massa glaciale.

In questo modo ricostruiamo l’evoluzione dei ghiacciai nel tempo e quindi associamo la loro evoluzione, in particolare le fasi di avanzamento e arretramento, collegandola con quelle che sono le fluttuazioni dei parametri climatici, principalmente la temperatura estiva e le precipitazioni invernali che sono i due fattori climatici che maggiormente condizionano l’evoluzione dei ghiacciai.

Dott. Nigrelli, cosa ci racconta questa parte del paesaggio?

Qui ci troviamo nel limite inferiore di quella che è la zona di accumulo del detrito della frana di crollo del novembre del 2014. È possibile notare la colorazione più chiara di detrito originata appunto da questa frana di crollo rispetto al detrito della proglaciale che ha una colorazione più scura.

Mediante questi sopralluoghi che sono stati fatti a seguito del crollo e con l’ausilio di fotografie aeree è stato possibile con tecniche GIS perimetrare l’area interessata, partendo dall’area di distacco fino ad arrivare alla zona di accumulo.

Questi processi di instabilità, questi fenomeni di crollo avvengono anche grazie al fatto che le temperature di questi ambienti stanno aumentando?

Questi processi di instabilità naturale sono dovuti alla temperatura ambiente che è aumentata maggiormente rispetto ad ambienti che si trovano a quote più basse, ma soprattutto alla temperatura della roccia perché è la roccia che in questi ambienti subisce cicli periodici di gelo e disgelo.

Con il prelevamento di campioni, il monitoraggio della temperatura della roccia e dei diversi tipi di roccia con sensori termici unitamente al progetto MeteoMET, riusciamo a stabilire quali sono le capacità termiche di queste rocce e le caratteristiche principali dei litotipi che sono oggetto di questi crolli. Con i rilievi sul campo, le analisi di laboratorio (in speciale modo l’approfondimento delle conoscenze sulla densità, sul calore specifico e sulla conducibilità termica di queste rocce), unitamente alla temperatura che rileviamo in determinati siti strumentati, riusciamo a definire con maggior dettaglio approfondendo le conoscenze su quelli che sono i processi di instabilità naturale che in alcune zone costituiscono dei pericoli e in altri addirittura dei rischi.

Dott.ssa Chiarle come avvengono le misurazioni quantitative e cosa ci indicano?

Il dato quantitativo sulla variazione delle fronti glaciali viene rilevato a partire da dei punti segnale. Dev’essere un punto considerato stabile, una roccia grossa o un masso sufficientemente grande e stabile e, da questo, in una direzione che deve essere mantenuta nel corso degli anni, si misura la distanza dalla fronte del ghiacciaio. Si tratta di un metodo di misura estremamente semplice che tradizionalmente viene effettuato mediante cordella e attualmente, in alcuni casi, è sostituito da misure con GPS. In questo caso effettuiamo entrambe. Proprio questa semplicità del metodo di misura ha consentito di mantenere questa metodologia costante attraverso questi 100 anni in cui il Comitato Glaciologico ha coordinato il monitoraggio dei ghiacciai italiani.

Il motivo per cui è importante stabilire come i ghiacciai variano nel tempo è legato a due motivi fondamentali, specialmente ai giorni nostri nel contesto del cambiamento climatico.

Il primo è che i ghiacciai ci dicono cosa sta succedendo a terra. Noi conosciamo le oscillazioni attraverso l’analisi dei dati raccolti dalle stazioni meteorologiche, ovverosia gli elementi che ci dicono come sta variando il clima nell’atmosfera, ma i ghiacciai sono gli indicatori terrestri del cambiamento. Peraltro il ghiacciaio, in questo senso, può anche supplire a misure di tipo climatico laddove non siano presenti stazioni meteorologiche che consentano di ricostruire l’andamento delle temperature e delle precipitazioni.

Il secondo motivo per cui è importante conoscere come i ghiacciai cambiano in funzione delle variazioni della temperatura e delle precipitazioni è che questo studio ci consente di preparare degli scenari di cambiamento per il prossimo futuro. Questo sia per quello che riguarda i rischi, che possiamo attenderci e che provengono dalle modificazioni dei ghiacciai, com’è successo in questo bacino per la frana proveniente da Punta Tina, un settore in cui il ghiacciaio ha subito un abbassamento importante negli ultimi anni, sia nell’ottica di considerare i ghiacciai come una riserva idrica.

Quindi conoscere come i ghiacciai e ciascun ghiacciaio singolarmente nel suo ambiente, perché le condizioni cosiddette topoclimatiche che sono specifiche di ciascun ambiente, ci consente anche di prevedere quanto a lungo perdurerà nel futuro e fino a quando potremo considerarlo come fonte di risorsa idrica.

In quale modo procederete ora nella misurazione?

Per misurare la posizione della fronte rispetto al punto di riferimento che in questo caso è costituito da questo segnale utilizziamo una cordella metrica, che qui viene posizionata sul punto seriale e poi l’operatore procede in una direzione stabilita, in questo caso direzione 140°

Ci troviamo poco a valle della fronte del ghiacciaio di Invergnan, della fronte attiva. Questo settore che troviamo immediatamente a valle, costituito da questi cumuli di detriti organizzati in collinette, è un settore dove al di sotto del detrito è ancora presente del ghiaccio morto. Ovverosia del ghiaccio che era in passato collegato con la lingua glaciale principale e che ora in assenza di questo collegamento permane sotto il detrito e poi lentamente andrà ad abbassarsi fintanto che il ghiaccio non sarà completamente fuso.

Per la misura della fronte invece ci avvicineremo a quella falesia il ghiaccio che rappresenta la fronte attiva del ghiacciaio ancora collegata con il resto del corpo glaciale ed e li che misureremo la posizione della fronte.

Come si sta riducendo la massa glaciale?

Le misure che vengono effettuate annualmente dal Comitato Glaciologico sono misure di variazione frontale, in realtà gli studi che sono stati effettuati tramite immagini aeree hanno evidenziato come la riduzione di area dei ghiacciai è in realtà meno importante di quanto sia invece la riduzione di volume, ovverosia i ghiacciai si stanno abbassando più ancora che non riducendo di area e quindi anche di arretramento frontale. Questo dato lo si può vedere tradotto in pratica nei ghiacciai che ho alle mie spalle che ormai sono ridotti a degli scivoli di ghiaccio, delle placche di ghiaccio addossate alle pareti, che non mostrano praticamente segnali di movimento e tuttavia per il momento sopravvivono in questa forma, ma che sicuramente danno l’idea di quanto spessore i ghiacciai abbiano perso e quindi volume e quindi anche potenziale idrico collegato a queste masse.

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