Il Parco delle Alpi Marittime e le sfide per un nuovo equilibrio sostenibile

Le Alpi del mare.” Un territorio complesso e le sfide per un nuovo equilibrio sostenibile.

Al Dott. Giuseppe Canavese abbiamo chiesto di darci uno sguardo complessivo su tutte le aree protette del Parco delle Alpi Marittime e di illustrarci i grandi cambiamenti che ora stanno avvenendo, sia dal punto di vista climatico, sia sotto il profilo della convivenza tra uomo e natura.

Lei è il direttore delle Aree Protette delle Alpi Marittime, ci può dire quante realtà comprende?

Dal 1 gennaio del 2016 è stato costituito questo nuovo ente: “Le Aree Protette delle Alpi Marittime”.

Comprende due parchi naturali: il Parco Naturale delle Alpi Marittime e il Parco Naturale del Marguareis, e poi ha sette altre aree gestite che sono delle riserve.

La riserva Juniperus foenicia, la riserva delle grotte del bandito, le grotte di Bossea , la riserva dei Ciciu del Villar, la riserva naturale di Benevagienna, l’area archeologica, l’oasi di Cravanorozzo e l’area delle sorgenti del Belbo.

Quali sono le iniziative che avete sviluppato in questi ultimi anni?

Oggi questo ente è molto complesso, con aree che hanno diversa valenza, diverse vocazioni e diverse altitudini con territori di pianura ad altri decisamente alpini.

Le attività sono differenziate per area. La finalità per eccellenza è innanzitutto la conservazione legata all’aspetto dell’ambiente naturale che è prevalente in tutte le aree. A questa si associano le altre finalità dei parchi regionali che sono quelle della valorizzazione e della fruizione sostenibile all’interno delle aree protette.

Un altro obiettivo importante è quello legato alla valorizzazione delle economie locali. Ovvero la partecipazione delle comunità locali al processo di conservazione del parco con la creazione di attività economiche a favore delle realtà locali, come le nuove cooperative che hanno coinvolto i giovani.

Quale esito ha avuto la reintroduzione del gipeto?

Il progetto di reintroduzione del Gipeto, finisce proprio quest’anno, perché ha avuto successo. Il Gipeto ha ricolonizzato le Alpi e ormai è presente con molteplici nascite in natura su tutto l’arco alpino. Questo progetto, che ci ha visto iniziare qui in Italia come primo sito di rilascio, oggi si porta a compimento con questo grande risultato: il gipeto e ritornato sulle Alpi. Il progetto permane a livello internazionale e infatti adesso si sta lavorando in Spagna e in Corsica dove ci sono ancora difficoltà nel raggiungere il minimo vitale per il suo mantenimento in natura.

Purtroppo qui nelle Alpi Marittime, pur avendo avuto numerosissimi rilasci, non abbiamo nessuna coppia nidificante. Avvistiamo degli esemplari ma le coppie più vicine hanno nidificato in Francia nel Parco del Mercantour, oppure nel Parco Nazionale del Gran Paradiso o nel Parco dello Stelvio. Diciamo che tutte le aree hanno avuto delle nascite in natura grazie ai rilasci fatti qui, ma qui non abbiamo avuto ancora questo risultato. Comunque lo scopo reale del progetto era quello della reintroduzione del Gipeto nell’arco alpino e il risultato è stato raggiunto.

Da quanti anni state lavorando nel Centro Lupi?

Ormai sono vent’anni. Quando sono arrivato, il 24 dicembre nel 92, ero nel Boreon (Francia) e lì constatammo la presenza dei lupi. Due anni dopo è arrivato in Italia, avemmo la prima segnalazione, poi rapidamente si è diffuso in tutte le Alpi. Il parco è un po’ pioniere delle attività legate a questo animale. Abbiamo cominciato a capire quali erano le problematiche perché è entrato subito in conflitto con le attività umane presenti in queste nostre aree. Soprattutto con le attività di alpeggio. Il pastoralismo in ambiente alpino è quello che ha pagato di più la presenza del lupo.

Il nostro ruolo è stato molto importante per riuscire a mettere subito in atto delle agevolazioni per queste attività, perché il lupo ha sicuramente una grande importanza per la biodiversità dell’ambiente alpino ma d’altra parte è un predatore e quindi non disdegna assolutamente ciò che è facile predare, tra cui gli animali domestici.

C’è stato quindi uno sforzo di oltre vent’anni per lavorare con i pastori e le categorie interessate e proprio la settimana scorsa abbiamo fatto un convegno conclusivo a Trento sul progetto Life Wolf Alps, un progetto che ci ha permesso di lavorare con tutti i parchi delle aree alpine cercando di perseguire il livello più alto possibile di convivenza tra questa specie e l’uomo.

Quali sono le nazioni che stanno lavorando insieme per il progetto Life Wolf Alps?

Ci sono tutte le regioni italiane, e la Slovenia. Adesso c’è un’ipotesi per continuare a lavorare su questa specie coinvolgendo altre nazioni tra le quali la Francia, la Svizzera e l’Austria, perché la conservazione del lupo non può essere delimitata ad una sola nazione. Il lupo non riconosce i confini, è fondamentale un approccio unitario.

Adesso in Italia è in corso di approvazione il piano nazionale di azione del lupo di cui si sente la mancanza per coordinare le azioni tra le diverse regioni. La Francia lo ha appena approvato ed è molto simile al nostro, gli svizzeri e gli austriaci purtroppo sono un po’ più contrari alla presenza del lupo. Tendono ad arrivare velocemente alla “gestione”, mentre noi diciamo che la gestione ci deve essere sicuramente, ma deve arrivare quando abbiamo messo in atto tutte le condizioni affinché possiamo aiutare i pastori a proteggere le loro greggi. Dopodiché è assolutamente normale che si arrivi alla gestione e anche a degli abbattimenti che sono normali in casi particolari.

Per quanto riguarda le altre specie animali quali sono le iniziative che avete preso?

Il Parco delle Alpi Marittime ha avviato alcuni anni fa il progetto di un inventario biologico generalizzato, ovvero l’inventario delle specie che sono presenti nel suo territorio o all’interno di un’area protetta. È un progetto ambizioso che durerà molti anni.

Èun’esperienza che arriva dagli americani del Parco Nazionale delle Smoky Mountains, dove da decine di anni hanno iniziato questo inventario sulla biodiversità, e abbiamo scoperto le cose più impensate. Solo in questo breve periodo abbiamo individuato 15 nuove specie. L’idea della conservazione della natura passa attraverso la conoscenza dell’intero ecosistema. Camosci e stambecchi sono gli animali che si vedono di più come il lupo, in realtà la biodiversità è l’insieme di tutti i fattori naturali in un processo assai complesso.

Su alcune specie abbiamo degli studi molto precisi, adesso inizieremo un grosso progetto sullo stambecco, con la marcatura di questi animali. Già in passato abbiamo lavorato molto su camosci e stambecchi con oltre settecento catture di animali che abbiamo poi distribuito su tutto l’arco alpino. In passato è stato molto importante questo lavoro perché qui nelle Alpi Marittime gli stambecchi sono molto numerosi.

Abbiamo un problema legato alla genetica perché queste popolazioni derivano da un piccolissimo nucleo di 15 animali presente dopo la guerra nel Gran Paradiso e quindi hanno una bassa variabilità genetica. Questo progetto vuole indagare la bassa variabilità di queste popolazioni e vedere se si riesce a fare qualcosa. Aldilà di questo è necessario capire come questo animale si sposta, perché la colonizzazione dello stambecco è molto particolare nelle Alpi.

Adesso c’è un progetto in relazione alle specie minacciate dal cambiamento climatico, soprattutto le specie di alta montagna come la pernice bianca, il gallo forcello e la lepre variabile.

Ad esempio la lepre variabile e la lepre comune vivevano in habitat diversi; ora a causa dei cambiamenti climatici, gli habitat si sono avvicinati e quindi ci sono problemi di ibridazione tra le due specie.

Il nostro ambiente alpino, che è il più prossimo al mare, è soggetto a grandi variazioni di altitudine e questo fa si che ci sia una grande biodiversità. Èil sito per eccellenza dove si può studiare il cambiamento climatico e dove si vedono prima le conseguenze di questo cambiamento.

Oltre a quella che ha appena menzionato quali sono le altre specie che avvertono gli effetti del cambiamento climatico?

Tutti i galliformi alpini sono specie molto sensibili ai cambiamenti climatici e dobbiamo iniziare a capire veramente cosa sta avvenendo a questa specie.

Il progetto “clima” ci aiuterà anche perché qui siamo in una area in cui troviamo un ghiacciaio a 35 km dal mare. Si tratta quindi di una condizione quasi unica anche a livello mondiale dove c’è la contemporaneità di ben sette fasce climatiche diverse. Èquindi l’ambito per eccellenza per vedere la connessione tra queste fasce climatiche. Partiamo dal mare con climi mediterranei e arriviamo a climi alto alpini per scendere poi verso la pianura con climi continentali. C’è veramente una successione di habitat e specie che si intersecano molto fra loro.

In questi progetti c’è poi tutta una attività di comunicazione per far comprendere alla gente quali siano i comportamenti utili alla tutela dell’ambiente. Verranno studiati dei percorsi per raccontare alla gente come cambia il clima affinché possa acquisire una sensibilità nell’uso delle risorse, come ad esempio il consumo d’acqua. Durante la scorsa estate siamo stati senza acqua in alcuni rifugi e quindi la gente deve imparare ad usare questa risorsa nel giusto modo. Ma il problema non è solo in quota, abbiamo anche l’agricoltura e ci sono delle coltivazioni come il granoturco che richiedono un’enorme quantità di acqua. Vorremmo incentivare coltivazioni adatte all’ambiente alpino che sono “povere” e che hanno bisogno di meno acqua. È tutto un lavoro di sensibilizzazione che sarà rivolto anche ai comuni relativamente al problema dell’inquinamento luminoso.

Vi affianca qualche istituto di ricerca italiano in questo lavoro?

Lavoriamo moltissimo con tanti istituti universitari, anche con istituti americani, sul clima stiamo lavorando con ARPA Piemonte. La ricerca deve essere aperta a livello mondiale, è confronto tra le diverse tesi e oggi è sempre più specialistica. Il parco è un’area pilota per la ricerca.

Il Parco Nazionale del Mercatour è solo dall’altra parte nella linea spartiacque, quali sono le iniziative che avete intrapreso con loro?

Questa collaborazione nasce nel 1987 con la firma del primo accordo tra i due parchi. Da allora abbiamo sviluppato 17 progetti europei per 28 milioni di euro. È stata l’eccellenza.

Abbiamo avuto quindi la capacità di aggregare enti e organizzazioni diverse per lavorare insieme e oggi è un aspetto importante che ci porta risorse. Ormai oggi le risorse le troviamo solamente in Europa.

Recentemente, abbiamo gestito un progetto integrato con il territorio per oltre 9 milioni di euro, a cavallo tra la frontiera tra Italia e Francia, stiamo costruendo uno il P.ter Alpi Med, sempre sul territorio transfrontaliero.

Un progetto che lavora su cinque temi principali: l’innovazione, la conservazione del patrimonio naturale e culturale, la mobilità sostenibile, che è ancora un enorme problema per l’arco alto alpino, e ancora sul clima.

Quello che vogliamo sperimentare in questo progetto è ancora la strategiausAlp,per la montagna, che per noi è molto importante. Dobbiamo cercare di valorizzare questo territorio, che in passato è stato oggetto di forte spopolamento e di abbandono, e che in realtà è una risorsa unica proprio per l’uomo e per quelle attività che si possono insediare in ambiente alpino.

Sempre con i francesi abbiamo promosso un grande tema che abbiamo affrontato nel febbraio di quest’anno. Un dossier al fine di includere i 268.000 ettari di questo territorio delle Alpi del Mediterraneo, a cavallo tra Piemonte e Liguria, ma anche tra la Francia e il Principato di Monaco, e tutta la parte relativa al santuario dei cetacei Pelagos, tra la Corsica e le coste liguri, nel Patrimonio Universale Unesco.

Èuna sfida importante e stiamo aspettando la visita di controllo per l’estate del 2019 al fine di ottenere il riconoscimento.

Non da ultimo, occorre dire, che questo progetto è stato portato avanti da un organismo nuovo il GET, Gruppo Europeo di cooperazione Territoriale. Questo nuovo organismo si chiama Parco Europeo Marittime Mercantour, organismo di diritto europeo, costituito nel 2013, che sviluppa progetti transfrontalieri e ha sede in Francia.

Quali sono le problematiche che avete con l’affluenza dei turisti?

L’aspetto importante è quello di conciliare la conservazione della natura con la fruizione del territorio. Questa è una delle finalità degli enti parco regionali. Per dare solo un esempio, il Parco delle Marittime ha un’affluenza nel periodo estivo di circa 300.000 visitatori, flussi non indifferenti su un’area protetta. Èquindi molto importante la gestione sostenibile del territorio.

In questo campo abbiamo aderito alla Carta Europea del Turismo Sostenibile, e siamo già a diversi rinnovi di questo strumento che ci permette di coinvolgere gli operatori nel processo di sostenibilità sia nelle attività economiche, sia nella fruizione in generale. Dobbiamo indirizzare i flussi su determinate aree, dobbiamo far si che i visitatori siano concentrati in aree specifiche e non abbiano una diffusione generalizzata sul territorio. Abbiamo alcune aree in cui è vietato l’accesso perché sono riserve integrali.

C’è poi tutto un ritorno economico sugli operatori del territorio legato alla produzione dell’area protetta. I visitatori sono prevalentemente stranieri, arrivano molti olandesi e dal nord Europa in generale. Costituiscono un flusso abbastanza importante ed è nostro dovere fare promozione su queste attività.

Un altro aspetto importante è quello del coinvolgimento delle economie locali, al fine di far ricadere sul territorio quelli che possono essere i benefici del turismosostenibile ela possibilità che abbiamo dato ai giovani locali di intraprendere attività sul territorio. Negli anni scorsi abbiamo costituito due cooperative, una in campo forestale e la seconda che gestisce tutti i nostri servizi turistici, come il centro turistico uomini e lupi. La cooperativa è composta da tre ragazze a tempo pieno ma nel periodo estivo arriva a dare lavoro a una ventina di ragazzi ed è tutta popolazione locale. C’è poi un albergo a Palanfré e ci sono anche dei negozi gestiti da giovani locali. Non sono grandi numeri ma per la montagna, dove c’è abbandono, sono importanti.

Abbiamo creato poi i junior rangers che lavorano con noi, sono giovani guardaparco, e con le scuole locali per far loro apprezzare ciò che il parco fa con le sue attività e per preparare i giovani alla conservazione del futuro.

Abbiamo anche fatto una cooperazione internazionale con un parco in Tanzania dove siamo andati a lavorare insieme al Tanzania National Park, in un’area vicina al Monte Meru, nella regione di Arusha. La popolazione di quindici villaggi era stata allontanata dai parchi perché nei parchi tanzaniani non è consentita la presenza dell’uomo. Le popolazioni erano Masai abituati alla pastorizia vagante. A causa di ciò divennero successivamente bracconieri ma la conservazione si fa attraverso un processo in cui le popolazioni del territorio sono le prime che devono essere coinvolte. Se manca questo coinvolgimento manca la conservazione che non si può imporre, non è più il periodo in cui si possono mettere delle campane di vetro su di un territorio che poi non si può più toccare. Quella non è conservazione. Con questo progetto abbiamo dimostrato che si riesce a ottenere la conservazione anche in Africa a patto di coinvolgere le popolazioni locali: educando e insegnando in primo luogo, costruendo una scuola e una diga, perché non avevano acqua, e aiutando a realizzare un piccolo campo in cui far gestire da loro stessi gli accompagnamenti di turisti a piccoli numeri.

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